Un libro per la fine dell’estate: “Il coperchio del mare” di Banana Yoshimoto

Forse forse forse ce la faccio, a parlare di libri su questo blog.
Mettiamo anche i libri tra le cose che mi piacciono ma con cui ho dei problemi,  un po’ come con tutte le mie passioni-non-dovute, e preghiamo che non si leggano solo le ultime uscite. Adesso faccio una domanda molto seria: voi riuscite sul serio a leggere tutto quello che va in stampa mentre va in stampa (sono esonerati solo editor, redattori, traduttori e correttori)? Io no, ed è per questo che a volte, visto anche che la pila da leggere non finisce mai, mi trovo a sfogliare un libro mesi, o anche anni dopo averlo comprato. Il coperchio del mare, per esempio, l’ho avuto tra le mani nel 2008, circa un anno dopo la sua uscita in Italia, ma l’ho letto solo quest’anno. In dieci anni avrei potuto rileggerlo dieci volte o più, tanto è piccolo, ma per me anche i libri si leggono in un determinato periodo per una ragione, anche se non la conosciamo.

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Non avevo una granita a portata di mano, ma il tè di riso è molto buono

Perché Il coperchio del mare è un libro da leggere alla fine dell’estate?
Per diversi motivi. Il primo, banale, ma di natura tematica (e chi mi conosce sa quanto io vada matta per le cose a tema), è che la storia inizia alla fine dell’estate, per raccontare quanto successo nei tre mesi precedenti . Il secondo, di ordine pratico, è che è una lettura breve, che può farvi spuntare il titolo in più nella lista da presentare al comitato dei Lettori Forti o Medi o Borderline; per controllare a chi rivolgervi potete dare un’occhiata alla lista di Parole Valigia (2010), anche se Meregalli (2017) non ha torto. Sia che abbiate dedicato le vacanze alla lettura di un mattone impegnativo o di X graphic novel, questo libro sarà le pagine stampate di recupero dopo entrambi. Il terzo motivo, di ordine deterministico, per cui i libri si leggono in certi periodi per una ragione, è che questo libro ti fa fare pace con il mondo, o con una parte di esso.

Il racconto di un’estate in cui a conti fatti non succede nulla, ma interiormente succede tanto, è molto simile a quel cambiamento subìto in vacanza di cui neppure ci si rende conto. Sia che abbiamo visto un posto nuovo, conosciuto gente nuova, ci siamo rilassati o divertiti tantissimo a casa, le vacanze rompono il ciclo in cui siamo stati fino a quel momento e potenzialmente ci danno l’occasione di iniziarne uno nuovo o in maniera nuova.

Come già detto, non siamo di fronte a un film d’azione. La protagonista, Mari, fa la cosa meno spericolata del mondo: aprire un chiosco di granite nella penisola occidentale di Izu, che è un po’ come dire a Gabicce Monte. Dopo aver studiato arte e sceneggiatura teatrale a Tokyo, si ricorda che la sua più grande passione sono le granite e si mette a tritare il ghiaccio a mano nel suo paese natale. Nemmeno vorrebbe tornarci al suo paese natale all’inizio, ma durante il suo viaggio post graduation si accorge che il posto che sta visitando e che trova così esotico fa bene alle persone che ci vivono perché ci sono nate. Decide quindi di far rifiorire questa possibilità a casa sua. Non ha neppure il tempo di cominciare a lavorare che arriva Hajime, la figlia di un’amica di famiglia. Ed ecco che le parte la scocciatura: “Faccio granite da meno di un mese e adesso devo fare da balia a una ragazzina disagiata? Come trasformo il mio chiosco nel Caffè Sicilia della costa di Izu?”. Hajime infatti non è stata mandata nel paesino di Mari in vacanza, ma in riposo. Il suo trauma più recente è la morte della nonna a cui era molto legata; quello che si porta dietro da una vita, l’ustione di tutta la parte destra del corpo, che le ha lasciato cicatrici indelebili.

Mari non è immune alle cicatrici di Hajime, all’inizio le sembra un mostro (a Mari viene in mente anche una orripilante divinità Hopi, tribù che chi studia linguistica è sempre molto lieto di incontrare perché può dire che gli Hopi non hanno tempi grammaticali ma psichici); come tutti i mostri, però, Mari capisce che Hajime ha in sé qualcosa di “magico e di sacro”.  La parte scura sul corpo piccolo e gracile di Hajime è il simbolo del legame con la nonna, che anni prima l’aveva protetta abbracciandola durante un incendio. La presenza della nonna, e poi la sua mancanza, stanno per Hajime nella stessa parte della sua propria pelle.

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I tempi psichici degli Hopi vs English

Hajime arriva nella vita di Mari in un’estate irripetibile, quella del suo ingresso nella vita da adulti che lavorano. Un momento in cui bisogna pensare a crescere e a fare profitti, non a fare da cicerone – a gratis – nel tuo svuotato paesino barricato dalle montagne. Eppure, contro ogni aspettativa, Mari si accorge fin da subito che Hajime non toglierà nulla al suo impegno al chiosco, sarà anzi un aiuto piacevole e discreto. Superfluo dire che nascerà un’amicizia. Anche se, come già detto, non succede nulla. L’estate scorre tra le conversazioni delle due ragazze, gli incontri con le persone del paese, le passeggiate e il mare. E sono proprio le parole e l’acqua a sciogliere i nodi e curare le ferite, visibili e non.

Veniamo infine al titolo. Il coperchio del mare deve il suo nome ed è ispirato a una canzone omonima (Umi no futa) di Masumi Hara, che potete ascoltare qui sotto (anche se non so il giapponese, fidatevi, è lei. Nel libro trovate il testo tradotto e vedete che verso la fine si dice “Pronto? Pronto?”, che è inequivocabilmente il “Moshimoshi? Moshimoshi?” del minuto 5.00).

Parla di mancanza e del mondo che va avanti nonostante la mancanza, del mare che è rimasto scoperchiato e che allaga il mondo. Dal libro è a sua volta stato tratto un film del 2015 (qui il trailer). A questo indirizzo invece ci sono dei servizi di piatti Umi no futa di un Masumi Hara, ma non so se c’entrano qualcosa. Chi ne sa di più mi illumini.

Il coperchio del mare è un libro calmo, scritto in maniera semplice ed essenziale, centrato su un microcosmo di due persone nell’oceano del resto. Chiudere il coperchio del mare è chiudere un cerchio. Andare avanti senza lasciarsi frenare da ciò che è stato e con l’intenzione di aprire e chiudere nuovi cerchi. Anche se in pratica non succede nulla, in questa estate irripetibile succede il necessario. Si scopre che rallentare può farti ripartire da dove ti eri bloccato.
Hajime va da Mari per il mare, per ringraziare di esservisi immersa ancora una volta, per chiuderne il coperchio, per farsi abbracciare un po’. Per preparasi all’estate successiva senza timore dell’autunno. Che alla fine dell’estate serve a tutti.

 

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